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Il coraggio del primo passo

All’inizio di quest’anno ho avuto la sensazione che qualcosa fosse cambiato. Non un clamore, non un evento preciso, ma una qualità diversa nelle voci che entravano nel mio studio, negli sguardi che si sedevano davanti a me.


Molte persone hanno preso coraggio. Lo sentivo nei silenzi meno difensivi, nelle frasi che iniziavano con “è da tanto che ci penso” o “questa volta non voglio rimandare”. Gennaio ha sempre un’aura simbolica, certo, ma questa volta era come se il passaggio di calendario avesse dato il permesso a qualcosa che era già pronto da tempo. Non la promessa ingenua di diventare qualcun altro, bensì il desiderio più sobrio e profondo di incontrarsi davvero.


Da terapeuta, mi colpisce sempre come il coraggio non si presenti quasi mai come forza. Arriva travestito da stanchezza: “non ce la faccio più così”. O da curiosità timida: “vorrei capire”. O da perdita: quando qualcosa finisce e lascia uno spazio che fa paura ma anche aria. In queste settimane ho visto molte persone scegliere di entrare in quello spazio, invece di richiuderlo in fretta.


E poi ci sono i viaggi. Non solo quelli geografici, anche se qualcuno ha parlato di biglietti comprati senza sapere esattamente perché. I viaggi interiori somigliano molto alle terapie: non promettono panorami sempre belli, ma trasformano il modo in cui guardi. C’è chi inizia un percorso terapeutico come si parte per un paese sconosciuto: con una valigia fatta di aspettative confuse e una domanda non detta, “tornerò diverso?”. Io penso che la risposta più onesta sia: tornerai più vicino.


Seduta sulla mia poltrona, mi sento testimone di questi inizi. Non li guido, non li accelero. Li accompagno. So che l’entusiasmo di gennaio a volte si sgonfia, che il viaggio a un certo punto diventa faticoso, che la terapia smette di essere un’idea e diventa un lavoro. Ma so anche che il gesto iniziale – chiedere aiuto, prenotare un primo incontro, dire “ci provo” – è già una frattura nella ripetizione.


Ogni nuovo anno porta con sé questa possibilità fragile: non cambiare vita, ma cambiare posizione rispetto a se stessi. Quest’anno, più del solito, ho avuto l’impressione che molte persone abbiano sentito che era il momento. E io, nel mio ruolo silenzioso, ho provato gratitudine. Perché assistere al coraggio degli altri, giorno dopo giorno, ricorda anche a me perché ho scelto questo mestiere: per stare accanto ai passaggi, agli inizi imperfetti, ai viaggi che non fanno rumore ma spostano il mondo interiore di qualche millimetro decisivo.


A te, caro viaggiatore, auguro un viaggio imperfetto.

Un abbraccio,

Eleonora



 
 
 

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